mercoledì 4 marzo 2015

Il panchakarma

Passano i giorni, il mio corpo comincia sentire la stanchezza dei trattamenti a cui viene sottoposto. Il bagno di vapore finale sento che mi prosciuga le forze. Sono al terzo giorno di shirodhara, faccio fatica a stare ferma sul lettino, mi sento a disagio, il nervoso che mi accompagna durante il trattamento non è comprensibile. Ho anche freddo, le temperature sono calate all'improvviso. Di notte serve la trapunta, vedo i miei ospiti imbacuccati con cappellino e calze, le cucce dei cani vengono protette da panelli durante la notte, le lezioni di yoga al mattino nel cortile vengono sospese. Mi riferiscono che non sono abituati a queste temperature, saranno 12/14 gradi al mattino, soffrono tutti. Di giorno arriviamo ai 20/22 gradi se non anche di più.
Per me si sta benissimo tranne sul tavolo di massaggio dove oltre il fastidio dell'olio che mi cola in testa anche il freddo non aiuta. Ma sotto c'è dell'altro che devo ancora capire.
Al pomeriggio ho le lezioni di erboristeria ayurveda, settimana molto dura tra trattamenti, erbe amare al mattino e corso da seguire in pomeriggio. Tutto si svolge in inglese, la mia mente va lenta, capisco  ma sono in difficoltà quando devo parlare. Il professore è bravissimo, mi piace ascoltarlo, ogni tanto mi parla con gli occhi chiusi e viso sorridente perso nel tema che stiamo abbordando.
Oggi in particolare lezione pratica, ottenere in forma tradizionale l'olio ayurvedico. Prepariamo la pasta con la polvere di liquirizia, la misceliamo con l'olio di sesamo e acqua, proporzioni rigorose da rispettare, e rimango fino alla sera tardi ad alimentare il fuoco a legna e girare tutto per evitare di bruciare l'olio quando l'acqua è evaporata completamente. Sono terrorizzata di non riuscire nella faccenda perciò quasi non mi stacco dal mio pentolone. Il caldo del fuoco aumenta la stanchezza che mi porto dietro da un po' di giorni. 

Sono le sei del pomeriggio, i contadini e le mucche tornano dai campi passando davanti dalla finestra della mia piccola stanza di lavoro. Guardo col cuore oltre che con gli occhi e mi vedo catapultata nel passato, l'infanzia a casa dei nonni. La stessa atmosfera calda, immobile e rassicurante. Arriva sera, il mio olio è ancora lontano dall'essere pronto, voglio dormire ma non mollo! Non posso, devo curarlo. Quanta fatica per ottenere un litro d'olio, sarà medicato anche dal mio impegno oltre che la liquirizia che abbiamo messo dentro. 😂  Doctor  Sri, il mio professore, decide di finire il giorno dopo, manca poco ma meglio non rischiare di bruciarlo, mi spiega che in un attimo può essere rovinato 😱  e con la poca luce che abbiamo a disposizione meglio non rischiare.
Le ricette antiche  possono richiedere preparazioni lunghissime di 2/4 giorni per ottenere questo tipo d'olio ayurvedico. Dipende della base che si usa, acqua, latte o urina di mucca. Rimango sbalordita quando sento dall'urina, vabbe che qua la mucca vale come una divinità ma non immaginavo quest'uso!
Ma poi mi viene in mente il libro "Un altro giro di giostra" di Terzani e nella sua ricerca della cura per la malatia di cui era afflitto, in India s'imbatte in posti dove ancora oggi, ogni giorno meno anche qua, alcune medicine ayurvediche vengono fatte oltre che con le erbe anche con l'urina di mucca... Il Dr Sri conferma. Mi chiedo se sarei capace di prenderle? Ne anche Terzani lo fu,  ma più per il modo in cui venivano preparate che per la loro composizione 😜 . E poi....per un attimo ho avuto un colpo al cuore, lui che tanto ha amato questa terra e ci ha lasciato preziosi racconti di vita in qualche modo si fa presente,  non so chi è il visitatore che mi ricorda tanto il grande Terzani ma non può passare inosservato. Non riesco non scattare la foto, quasi vergognandomi della fretta con cui maneggio la fotocamera per non perdere l'occasione. I giorni che succedono ho poco appetito e cala la voglia di chiacchiera, mi rintano abbastanza nella mia stanza a pensare o a mettere in ordine gli appunti delle lezioni che cominciano ad essere tanti. Sento pace e serenità, il nervosismo è scomparso. Continuo le mie piccole passeggiate e ogni giorno scopro posti più belli intorno.
 

La vita qua è semplice, un ritiro che non ha prezzo. Apprezzo qualsiasi cosa che vivo e vedo, provo a capire e annalizzare tutte le emozioni che fioriscono o semplicemente mi lascio andare.
Vado per i campi chiedendo a Dio di tenere lontani i serpenti, ci sono ma non nei campi mi dicono. La presenza dei piccoli templi a loro dedicati mi fanno stare sempre un pò in allerta. Non sono animali di mio gradimento, anzi mi fanno paura, molta paura. La dottoressa mi dice che ogni tanto uno di questi rettili si vede vicino alla proprietà ma ch'è un amico e di  non spaventarmi. Sarà pure amico ma meglio se sta lontanto mentre sono qua.
Non ci sono scimie e questo mi da molta liberta di movimento, un altro animale tipico dell'India che non amo particolarmente. In generale la natura tropicale che avvolge i campi non presenta essseri viventi a noi fastidiosi, tutto tranquillo per credere che sia possibile trovare un paradiso oltre che un' isola di pace.La cura lavora, sento la differenza ogni giorno che passa e anche se sono a metà mi rendo conto he il corpo agisce in fretta e la mente rallenta. Si diventa più ricettivi, chiari e sereni, la vista cambia notevolmente, riesco scrivere senza occhiali. Mi pare incredibile e lo racconto ai dottori, ridono e lo prendono come un normale risultato della cura, per me invece è molto di più.
Adesso capisco perché l'invito a scollegare dal mondo che mi fanno all'inizio del percorso ha un senso. Sarebbe ideale non usare per niente internet ma diventa troppo per la prima volta, almeno per me. Durante la settimana centrale della cura non accedo a Facebook limitando il mio contatto con la rete solo per rassicurare il marito che tutto va bene. All'inizio faccio fatica, l'idea di non sapere se tutto va bene a casa mi preocupa.
Un giorno Davide, mio marito, non si fa vivo alla solita ora, mobilizzo un
esercito per scoprire che si stava coccolando nelle braccia di Morfeo, visto che le mie erano un pò lontane. Eugenio cui ho tritato la mattinata con richieste SOS per la faccenda starà ancora bestemmiandomi dietro, grazie Eu e perdona. Pretendere di avere sempre il controllo attraverso i mezzi di comunicazione rende le persone impazienti ed ansiose. Anche qua appena possono sono con il cellulare in mano ma ne fano ancora pocchisimo uso comparato con noi occidentali. Fanno sorridere perche quando parlano avvicinano il cellulare alla boca e quando ascoltano lo tengono all'orecchio,
sarà perchè non parlano tutti insieme come succede spesso a noi! Mi piego in due da sola dalle risate immaginando noi facendo altretanto. Il mondo cambia in fretta e sicuramente tra qualche anno tornando qua vedrò loro un po' più vicini a come noi viviamo adesso, con lo stesso bisogno di sapere e volere. Magari la loro forte tradizione li aiuterà a non smarrire la strada ma questo solo Dio lo sa.